Hannah Arendt, grande filosofa del secolo scorso, ha scritto un libro che commenta il processo di Gerusalemme, nel quale alcuni gerarchi nazisti furono processati nel 1961. Essa giunge alla conclusione che il male non nasce in primo luogo dalla bramosia, dalla ingordigia, dalla malvagità radicata nelle persone. Esso nasce dal non riflettere sulle azioni, sulle parole, dall’agire applicando una legge, come facevano i nazisti in un mero sforzo burocratico.
La non riflessività è male.
Si è celebrata il 27 gennaio la Giornata della Memoria per tutte le vittime della Shoah: milioni e milioni di ebrei, ma anche zingari, omosessuali, oppositori politici, sacerdoti e suore, pastori protestanti... gente uccisa barbaramente senza alcun motivo se non l’ideologia nazista.
A questi milioni di vittime vanno aggiunte anche le innumerevoli vittime dei pogrom e dei gulag sovietici, delle foibe, delle esecuzioni dei titini in Jugoslavia, del massacro degli armeni in Turchia, della pulizia etnica in Rwanda, dei campi di concentramento cambogiani (quella belva di Pol Pot rinchiudeva chiunque portasse gli occhiali con l’accusa di essere “intellettuale”)...
Sembra una triste litania del male, e lo è.
Il credente si chiede: dov’è Dio? Il filosofo ha teorizzato l’impossibilità di credere ancora a Dio dopo Auschwitz. Certo Dio non ha bisogno di essere difeso dai teologi, né è più possibile una giustificazione filosofica di Dio nel XXI secolo.
No. Ritengo che solo in uno sguardo al Crocifisso si possa comprendere il peso radicale del male, la sua devastante forza e anche il modo di Dio di portarla sulle proprie spalle.
Non c’è una risposta alla domanda “Dov’era Dio ad Auschwitz”... Forse perché la domanda è mal posta...
Etty Hillesum, una giovane deportata nel campo di concentramento, ha scritto: «Cercherò di aiutarti, affinché tu non venga distrutto dentro di me, ma a priori non posso promettere nulla… Una cosa però diventa sempre più evidente per me, e cioè che tu non puoi aiutare noi, ma che siamo noi a dover aiutare te, e in questo modo aiutiamo noi stessi. L’unica cosa che possiamo salvare in questi tempi e anche l’unica che veramente conti è un piccolo pezzo di te in noi stessi, mio Dio. E forse possiamo anche contribuire a disseppellirti dai cuori devastati di altri uomini. Sì mio Dio, sembra che tu non possa far molto per modificare le circostanze attuali ma anch’esse fanno parte di questa vita. Io non chiamo in causa la tua responsabilità, più tardi sarai tu a dichiarare responsabili noi. E quasi ad ogni battito del mio cuore cresce la mia certezza: tu non puoi aiutarci, ma tocca a noi aiutare te, difendere fino all’ultimo la tua casa in noi».
Ma in fondo anche questa sarebbe una risposta.
Come si esce da questo burrone che rischia di far crollare tutte le nostre certezze?
Credo accogliendo il suggerimento di Hannah Arendt: imparare a riflettere. Prima, durante e dopo le proprie azioni: imparare a riflettere.
Spesso le azioni dell’uomo iniziano in modo istintivo, senza una riflessione previa sulle conseguenze di quel che fa e di quel che dice.
Il male delle deportazioni, delle uccisioni, a qualunque razza appartengano i morti, è dovuto spesso alla piccolezza di chi non sa pensare con la propria testa. Il male spesso non è frutto di una malvagità insita nell’uomo, ma di un cervello e di un cuore che non si pongono domande, che non imparano a valutare le proprie azioni e quelle dei propri simili.
Al male si dice di no a costo della vita, perché il male è ciò che disumanizza l’uomo, lo fa meno uomo. Ecco perché forse si può arrivare a dire, come faceva Etty Hillesum: «Sarai tu [Dio] a dichiarare responsabili noi».
Dov’era Dio ad Auschwitz? Ma anche, e soprattutto, «Dov’era l’uomo ad Auschwitz?».
Dov’è l’uomo che compie il male? «Adamo, dove sei?», è la domanda che il Signore rivolge all’uomo che ha peccato nel Giardino di Eden.
«Uomo, dove sei?». Torna in te stesso, ritrova le ragioni del tuo essere e del tuo agire, inizia a pensare prima di agire.
Se tutti facessimo questo, se provassimo a riflettere bene prima di parlare e di agire, e anche dopo aver agito, il mondo andrebbe meglio.
E forse saremo capaci di impedire che il male, così banale nella sua esecuzione, si ripeta. O almeno ne attenueremo i suoi effetti in noi e nel mondo.

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