(da gioba.it)
Gesù era capace di suscitare giovanili entusiasmi nei primi discepoli, Giona faceva convertire Re e animali minacciando il castigo di Dio...
Ci sarebbe da scoraggiarsi se ogni educatore avesse la pretesa di realizzare il proprio compito al primo colpo: infatti ognuno sa quanto difficile sia l’educazione, quanto inascoltato sia l’annuncio del Vangelo, quanta resistenza incontri la Parola del Signore.
Perché allora le Scritture ci presentano questi esempi formidabili di successo?
In realtà esse sono costellate anche di profeti inascoltati, e Gesù stesso sperimenterà la chiusura del cuore di tanti che pur avendolo visto e ascoltato, lo rifiutano...
Quanta pazienza ci vuole nel seminare, quanto cura si mette per zappettare tutt’attorno, quanto impegno nell’innaffiare, e poi? Qual è il risultato di tutto questo?
Talvolta può prenderci lo scoraggiamento: abbiamo messo tanta fatica e non ne caviamo un ragno dal buco... Anzi: talvolta ci si rema contro, ammantati di buoni propositi, di usanze inveterate, di difficoltà a cedere il passo ad altri. Talvolta non si vede oltre il proprio naso o non si ha il coraggio di osare e si pensa che tutti debbano stare al nostro stesso passo di lumaca. Talvolta si pensa che le “tradizioni”, faticosamente costruite in anni di impegno, siano un dogma, una pietra immutabile.
Talvolta si è persino convinti che siccome si è fatto sempre così, e secondo il nostro miope sguardo tutto va bene, non bisogna modificare nulla.
Giona ha rischiato, ha rischiato che dopo esser stato ributtato in spiaggia dal pesce, gli abitanti di Ninive lo prendessero, lo facessero a fettine e lo dessero in pasto ai maiali.
Gesù ha rischiato e ha fatto rischiare i discepoli.
Ha rischiato il no. Ha rischiato i pomodori in faccia. Ha rischiato l'impotenza della croce. Ha coinvolto altri in quest'avventura del Regno vicino, ha aggiunto altri nella compiutezza del tempo che era lui stesso.
Giona, Gesù hanno rischiato. Dio stesso ha rischiato dandoci suo Figlio!Sono il simbolo di ogni educatore che nel suo andare incontro all’altro rischia, perché deve percorrere spesso cammini in solitaria, sentieri ancora non battuti.
Sono il simbolo di un uomo e una donna che rischiano perché mettono la propria vita nelle mani l’uno dell’altra, di un genitore che rischia nel dare fiducia al proprio figlio.
Il simbolo di ogni insegnante che rischia nell’affidare all’alunno la libertà di pensare, la capacità di comunicare in modo autentico...
Sono il simbolo di ogni prete che rischia nel portare la Parola del Signore e farla entrare nel cuore delle persone perché Essa le trasformi.
Rischia che quella Parola diventi efficace, come accadde a Giona, e che le persone si convertano davvero.
Talvolta rischia anche di non essere ascoltato, che le sue parole, che riecheggiano la Parola di Dio onnipotente, cadano a vuoto.
Ma non per questo rinuncerà a correre il rischio.
Anzi: essere pescatori di uomini è una sfida, che deve sottostare all’infruttuosità di certe notti buie, alla rottura delle reti, al ladro di pesci, alla bassa marea...
Ma il Regno non ammette tentennamenti: «Convertitevi e credete nell’Evangelo. Fidatevi della buona notizia, fidatevi di Me», ci dice Gesù. È lui che fa crescere la sua Parola.
A noi però è necessario fare silenzio per ascoltarlo, interrompere il flusso eccessivo di pensieri, di idee, di chiacchiere che crea una cappa impenetrabile nel nostro cuore.
Dio rischia continuamente con noi, nel darci la sua Parola: accetta il rischio che noi la vanifichiamo, la ignoriamo, la cestiniamo, la rispediamo al mittente.
La fede è un rischio, diceva Kierkegaard: Abramo riottiene Isacco solo quando cava fuori il coltello.
Se Dio accetta questo rischio nei nostri confronti, perché non dovremmo accettarlo noi nell’accogliere il suo evangelo e nel predicarlo?

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