sabato 10 dicembre 2011

Il letame e la letizia


Qualche giorno fa ho scoperto, grazie a padre Dominic, che il letame e la letizia hanno un’origine comune: entrambi derivano dall’aggettivo latino “laetus” che vuol dire fertile. Il letame infatti serve a fertilizzare la terra, e la letizia, la gioia a rendere fertile la nostra vita. Certo non una gioia sentimentale o passeggera, legata al soddisfacimento di un’esigenza immediata. La gioia che rende fertile la vita è mescolata e rivoltata dentro la terra del nostro cuore affinché scenda in profondità... richiede solchi e zappature, richiede zolle che si spaccano per accogliere... È una gioia a caro prezzo, un martirio (=testimonianza) di luce che passa attraverso le tenebre... 
La liturgia dell’Avvento richiama le note di una nostalgia che non è invero nostalgia del passato, di un’infanzia perduta – l’ho già detto – ma desiderio di un infinito che arriva da Altrove, di una musica non composta da mani d’uomo – come certa produzione di Mozart –, di un gusto introvabile nelle nostre tavole imbandite perché tutto interiore. 
Un tempo, il nostro, intermedio tra la prima e la seconda venuta del Cristo. 
Ma cosa vuol dire tutto questo? Come interpretare l’Eterno che entra nel tempo e ne converte la direzione? Andiamo noi verso il baratro di tutto (come spesso ci dicono teorie millenaristiche e facili profeti di sventura) o verso il rifacimento della creazione rinnovata? 
Ci fa comodo pensare che tutto andrà per il verso giusto, come il facile ottimismo di Candido che raccontava già due secoli orsono Voltaire? 
Dove porta la nostra vita? 
San Giovanni Battista, una delle “guide” in questo cammino, afferma di essere testimone della luce... Anche un cuore cupo, talvolta tenebroso, può essere testimone della luce, può far brillare in sé scampoli di luce rimanendo umano. 
È il miracolo dell’uomo redento, della chiesa redenta: camminare in questo mondo annunciando qualcosa di più grande, Qualcuno di più grande, che ci precede e ci sarà dopo di noi: l’amore indefettibile di Dio. 
E questo miracolo avviene nella nostra povera vita, con i segni talvolta (spesso!) della fragilità e dell’ombra. 
I padri del Concilio Vaticano II lo hanno affermato bene: «Già dunque è arrivata a noi l'ultima fase dei tempi (cfr. 1 Cor 10,11). La rinnovazione del mondo è irrevocabilmente acquisita e in certo modo reale è anticipata in questo mondo: difatti la Chiesa già sulla terra è adornata di vera santità, anche se imperfetta. Tuttavia, fino a che non vi saranno i nuovi cieli e la terra nuova, nei quali la giustizia ha la sua dimora (cfr. 2 Pt 3,13), la Chiesa peregrinante nei suoi sacramenti e nelle sue istituzioni, che appartengono all'età presente, porta la figura fugace di questo mondo; essa vive tra le creature, le quali ancora gemono, sono nel travaglio del parto e sospirano la manifestazione dei figli di Dio (cfr. Rm 8,19-22)» (Lumen Gentium, 48). 
Persino le cose più grandi che la Chiesa possiede, i sacramenti e le istituzioni, appartengono all’età presente, sono filo d’erba che passerà, perché resti soltanto Lui, il Signore. 
Allora questo mi rincuora e mi consola, anche in mezzo a segni di evidente disfatta. Il nostro mondo occidentale arranca e sembra autodistruggersi, non si fanno figli, si tassa l’impensabile, si specula sui poveri... 
Noi portiamo i segni di una vittoria diversa, di una battaglia diversa, di una vita diversa. E questa testimoniamo. 
Può darsi che ci sia ancora qualcuno che ha gli occhi pieni di cispa e non è capace di vedere il bene, il bello, il buono che abita la vita di chi si affida al Signore e si inserisce in questo fascio di luce. 
Io vi invito ad avere speranza e gioia, cari amici. 
Non tutto andrà bene, non tutto andrà nel migliore dei modi, non tutto andrà secondo i nostri piani... 
Ma la sua luce rischiara le nostre tenebre, la sua letizia rende feconda la nostra vita. 
Chiede a noi di non incentrare la vita su noi stessi, ma di indicare lui, di essere raggio che riflette la sua luce. 
San Giovanni Battista ne è l’esempio più alto che raccoglie l’attesa di tutto l’Antico Testamento. 
Si può gioire, anche in mezzo alle tenebre perché la nostra Luce non smetterà mai di brillare. 
Non lasciamoci sviare dal male, dalla violenza, dal mormorare. Camminiamo fianco a fianco incontro al Signore.



Resisto

Anche agli scampoli di questa vita
mi aggrappo
pur di non lasciarla andare.
So che persino da essi
possono uscir fuori
almeno stracci da spolvero.

3 commenti:

Anonimo ha detto...

Meditazione e testo poetico davvero da condividere, caro Marco.
Volentieri ti propongo questa mia poesia di qualche anno fà, esile esito di una mia meditazione sul divino nel mondo.
Buona serata e buona domenica.
Antonio (Fiori)


Presenza

E’ silenzio dirompente sulle grida
è voce che scardina il silenzio.
Portamento regale nell’assedio
luce notturna, buio che c’illumina.
Come aquila incombe
invece è agnello
-vita inerme che dura.

Marco Statzu ha detto...

Grazie Antonio!
Molto bello! Buona domenica anche a te!
Marco

Anonimo ha detto...

Parole di speranza, è la fede , la speranza che cida luce e gioia anche nei momenti duri, grazie.
Marianna